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Ho
chiuso la porta, ho staccato la spina del telefono, sono solo nel mio
studio, ho solo la compagnia delle immagini di Srila Prabhupada e di Radha-Krishna.
Scrivo per ricordare il mio
confratello più caro, Somaka Maharaja, da pochi giorni scomparso.
Prima di cominciare vorrei
dire una cosa ai lettori.
In genere quando scompare una persona cara l'onda emotiva fa sì
che si esageri un pò o che si dicano cose non vere.
Invece in questa lettera mi impegno a dire solo cose oggettivamente vere
o cose di cui sono completamente convinto.
Un'altra cosa è l'appellativo
"Maharaja" che userò in riferimento a Somaka Dasa in
questa lettera. Tutti sanno che egli aveva abbandonato l'ordine di rinuncia
anni fa, che si era risposato e che si guadagnava da vivere lavorando
onestamente. Eppure l'appellativo Maharaja - che non si usa solo per i
sannyasi ma per ogni devoto meritevole di onori - non è affatto
fuori luogo, in considerazione del grande servizio devozionale compiuto
durante la vita.
Comincio dicendo a cuore aperto
e convinto che Somaka Maharaja era un grande devoto, forse il migliore
Vaishnava nato in Italia. Io sono convinto che egli era la Stella Polare
del Vaishnavismo italiano.
Somaka Maharaja è stato
il primo devoto di Krishna che ho visto nella mia vita. Verso la fine
dell'inverno-inizio primavera del 1974 l'ho visto a Via del Corso mentre
distribuiva una rivista. Era alto, vestito tutto di bianco, la testa perfettamente
rasata, con un grande Om tatuato in fronte. Era rosso sanguigno per il
grande sforzo di tentare di distribuire la sua preziosa rivista, e la
spingeva contro la pancia di chiuque passasse. "Prendi la rivista",
"prendi la rivista", continuava a dire. A me non la offrì
ma il suo aspetto comandava rispetto. Lo guardai per un pò. Non
un attimo di distrazione. Continuava a tentare di distribuire il suo tesoro
di carta.
Quando nell'estate 74 andai
al tempio per la seconda volta, intimidito da quell'atmosfera così
sacra, invece di entrare nel Tempio mi sedetti sui gradini del portone.
Somaka Maharaja entrò dal cancello. Lo riconobbi subito. Non aveva
un aspetto che si dimenticava facilmente. Con il suo tipico tono burbero
ma paterno mi disse:
"E tu che fai qua?".
Io ancora più intimidito e impacciato risposi:
"Posso stare qui?"
E lui: "Vai di sopra che c'è Angelo che sta facendo la classe."
Intuii che classe significava lezione. Angelo era il devoto spagnolo che
mi aveva ricevuto il giorno prima. Non avevo molto voglia di andare ad
ascoltare Angelo perchè non riuscivo a capire quello che diceva.
Così mentre Somaka Maharaja mi passava gli chiesi:
"Posso farti qualche domanda?"
Lui mi guardò e io arrossii. Poi sorrise:
"Sì, ma ora va su. Domani torna a quest'ora che faccio io
la classe."
Io mi tolsi le scarpe e andai su.
Il giorno dopo Somaka Maharaja
dette la classe. Spiegava la filosofia con grande foga ed energia e a
quei tempi c'era da essere intimoriti a fargli una domanda.
Orlando era un giovane devoto. Chiese:
"Ma come possiamo essere sicuri che Krishna è Dio?"
Somaka Maharaja divenne rosso. Alzò la voce:
"Non dirlo un'altra volta che ti tiro Bhagavad-gita in testa..."
Per lui non c'era nulla da provare o da spiegare. Krishna era Dio e basta.
Il concetto era che il devoto doveva avere piena fede in Krishna e nel
Maestro spirituale.
Sebbene il suo carattere era
particolarmente forte, i devoti lo amavano, soprattutto perchè
era il primo che dava l'esempio. Se diceva che i devoti dovevano fare
servizio, lui era il primo a farlo e ne faceva più degli altri.
Se diceva di andare a distribuire i libri, subito dopo averlo detto prendeva
la borsa e usciva. Detestava l'armiamoci e partite.
Era il perfetto esempio di devoto che predicava dando il buon esempio.
Io e lui eravamo divisi da
caratteri incompatibili l'uno con l'altro, ma io lo amavo e lo rispettavo
come mai ho rispettato altro confratello. Credo che sia stato il confratello
che ho rispettato più di tutti.
Lo vedevo come un fratello maggiore, quasi come un padre putativo.
In quei giorni mi vedeva come un ragazzino da proteggere.
Una volta gli espressi le mie preoccupazioni per le spese del tempio (io
ero il tesoriere) e lui mi rispose a muso duro:
"Ti è mai mancato da mangiare? Ci pensa Krishna a tutti noi.
Di che ti preoccupi?"
Una volta una folla di persone
inferocite ci attaccarono vicino Porta Portese, a Roma. Noi eravamo una
ventina, la folla centinaia. Con noi c'erano anche una paio di bambini,
ragazze e devoti giovani.
Mentre scappavo mi girai e lo vidi solo davanti alla folla che lo picchiava.
Lui stava a braccia spalancate per fermare la folla e darci il tempo di
fuggire. Prendeva calci e pugni da tutte le parti, ma lui non scappava,
bloccava tutti per farci scappare.
Io entrai in un portone insieme a due devote e lo chiusi. Pochi minuti
dopo vidi Somaka Maharaja, l'unico devoto rimasto per strada, che correva
inseguito da due moto di grossa cilindrata. Il resto me lo raccontò
lui.
Quando i teppisti lo raggiunsero infuriati armati di bastone e catene,
lui cominicò a cantare "Nrisimha, Nrisimha" e quelli
si bloccarono come ipnotizzati e presero a farfugliare "Che hai?",
"che ti è successo?", "che stai dicendo?".
Il mio grande glorioso confratello. Che orgoglio avere un confratello
del genere...
Subito dopo aver preso sannyasa,
divenne il presidente del tempio di Barcellona, in Spagna. Io ero lì,
e quando vidi il suo danda massiccio uscire dalla macchina mi misi le
mani nella shikha. I devoti spagnoli erano famosi per prendersela comoda
e Somaka Maharaja era invece uno dei più grandi lavoratori che
io abbia mai conosciuto.
La prima fu una lezione molto accomodante, tutti i devoti erano contenti
e risollevati da quelle parole. Io pensavo "aspettate qualche giorno
e poi vedrete...".
Non passarono dei giorni ma solo 24 ore. Dopo un incontro col tesoriere,
Maharaja prese atto della situazione economica difficile del Tempio. Uscì
dalla porta dell'ufficio e gridò: "tutti in sankirtana!"
I devoti mi guardarono esterrefatti perche' ero l'unico che lo conosceva
e io feci cenno per dire "ve lo avevo detto".
Non disse una parola di più, niente proclami, niente meeting, niente
opere di persuasione: mandò un devoto a comprargli delle scarpe
da tennis e nel giro di un'ora era per la strada a distribuire i libri.
Da solo, senza conoscere una sola parola di spagnolo.
Il giorno dopo quasi tutti i devoti del Tempio erano con lui alla Ramblas
a distribuire i libri di Prabhupada.
La sua determinazione nel servizio a Prabhupada e all'Iskcon era sconfinata.
Era un lavoratore straordinario
e voleva che tutti noi lavorassimo come lui.
Una volta io e Suptavigraha Prabhu andammo a trovarlo a Nuova Gokula,
un caseggiato nella parte inferiore della vallata di Villa Vrindavana,
a Firenze. Avevamo appena finito una sessione del Consiglio Nazionale
a cui lui non aveva partecipato perchè stava costruendo i carri
di Jagannath per il Ratha Yatra.
Noi eravamo mentalmente stanchi, così decidemmo di fare una passeggiata
chiacchierando e cantando japa. Ci dicemmo, "andiamo a trovare Somaka..."
Ma non era stata una buona idea...
Vedemmo Somaka Maharaja da lontano in una tuta sporca di grasso, pieno
di tagli e fasciature per il lavoro pesante che faceva, coadiuvato da
ragazzi sinceri ma incompetenti. Quando ci vide tutti belli lindi e puliti
nei nostri vestiti bianchi scintillanti con la mano nel sacchetto prese
a gridare:
"Il japino, il japino... venite a lavorare....!"
Quando Maharaja era in quello stato d'animo era meglio lasciarlo stare.
Così tornammo sui nostri passi più velocemente possibile.
Il Ratha Yatra.... in Italia se esiste un Ratha Yatra il merito è
principalmente di Somaka Maharaja.
Era un vero sannyasi, rinunciato,
austero. Mai predicava nulla che non fosse il primo a fare. Era un vero
Acarya.
Aveva un'altra sorprendente
qualità: aveva un senso di autocritica spietato.
Nessuno lo criticava come lui criticava se stesso. Proprio per questa
ragione era difficile criticarlo. Anzi veniva voglia di difenderlo da
se stesso.
Una volta - ancora sannyasi - mi fece una visita improvvisata nel centro
di predica che avevo aperto a Perugia. In quel periodo anche lui era in
quella città con il suo programma di Festival.
Ci appartammo sul balcone e mi confidò del suo proposito di togliersi
la vita perchè "faceva sempre soffrire tutti".
"Strillo sempre a tutti, mi arrabbio sempre subito, nessuno riesce
a stare con me. Dopo un pò se ne vanno tutti. Prabhupada non può
essere contento del mio servizio, io offendo i devoti. Che vivo a fare?"
Inanelò una serie di critiche a se stesso in un modo così
feroce come non avevo mai sentito da nessuno. Io pensai, "ma questo
è un devoto eccezionale".
Io gli dissi che non aveva nessuna necessità di togliersi la vita,
che erano gli altri a dover diventare più sinceri. Poi gli ricordai
cosa Prabhupada aveva detto: che bisognava essere intransigenti con se
stessi e permissivi con gli altri. "Un pò più di tolleranza
verso gli altri, che non sono avanzati come te", gli suggerii...
Questo lo appacificò, mi abbracciò e mi fece gli omaggi.
Io ricambiai pensando di essere al cospetto di un devoto assolutamente
straordinario.
Anche negli ultimi anni di
vita, quando aveva abbandonato l'ordine di sannyasa, ho notato la riluttanza
degli altri devoti a criticarlo per aver abbandonato il sannyasa e la
predica attiva. Nonostante tutto io vedevo che i devoti lo rispettavano.
E avevano ragione. Era un devoto
eccezionale.
Caro Maharaja, chiedo la tua misericordia: dammi anche solo una frazione
della tua sincerità e della tua determinazione a servire Srila
Prabhupada e Krishna.
Ora sono emozionato, non scrivo
altro. Magari nei prossimi giorni qualche altra memoria fra le tante...
Ma non mi piace l'idea di un mondo senza devoti come Somaka Maharaja
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